Comunicato stampa – Università Milano-Bicocca: Colangite biliare primitiva

Comunicato stampa – A metterlo a punto i ricercatori
dell’Università di Milano-Bicocca, del Centro per le malattie
autoimmuni del fegato del San Gerardo di Monza e della
University of Cambridge

Milano, 7 agosto 2018 – L’età del paziente. Il livello di alcuni parametri del
sangue. L’intervallo di tempo tra la diagnosi e l’inizio del trattamento.
Sono alcuni degli indicatori in grado di indirizzare i soggetti colpiti da
colangite biliare primitiva (CBP) verso la terapia più efficace.
A rivelarlo è uno studio clinico multicentrico, internazionale dal titolo
“Pretreatment prediction of response to ursodeoxycholic acid in primary
biliary cholangitis: development and validation of the UDCA Response
Score.” (DOI: 10.1016/S2468-1253(18)30163-8) promosso da ricercatori
dell’Università di Milano-Bicocca e del Centro per le malattie autoimmuni
del fegato dell’Ospedale San Gerardo di Monza, in collaborazione con
laUniversity of Cambridge, appena pubblicato sulla prestigiosa rivista
Lancet Gastroenterology & Hepatology. Nello studio sono stati coinvolti
più di 3mila pazienti di centinaia di ospedali italiani e britannici affetti dalla
CBP.
La CBP è una malattia autoimmune del fegato conosciuta fino a pochi
anni fa come cirrosi biliare primitiva. In Italia colpisce circa 6mila persone,
soprattutto donne over 40, ed è caratterizzata da aggressione delle vie
biliari, infiammazione cronica e ristagno della bile nel fegato, con lo
sviluppo nel 30-40 per cento dei casi di cirrosi e nei casi più gravi di
insufficienza epatica che rende necessario il trapianto dell’organo.
Il modello messo a punto dai ricercatori di Milano-Bicocca e Cambridge
permette di prevedere, prima della somministrazione, la risposta del
paziente alla terapia cardine di questa malattia, l’acido ursodesossicolico
(UDCA), una terapia alla quale però non tutti i pazienti rispondono.
Secondo i parametri individuati dall’equipe di ricercatori, un’età più
giovane (30-40 anni) rispetto alla media dei pazienti (50-70), la maggiore
attività della malattia – rivelata dall’alto livello di fosfatasi alcalina,
transaminasi e bilirubina negli esami ematici – e un tempo di attesa più
lungo, superiore all’anno, tra il momento della diagnosi e la
somministrazione di UDCA, indicherebbero nei pazienti con CBP una
minore probabilità di successo dopo trattamento con UDCA.
«La risposta all’UDCA rappresenta un target di trattamento critico nei
pazienti con CBP in quanto predittore di sopravvivenza a lungo termine»,
ribadisce Marco Carbone, ricercatore dell’Università di Milano-Bicocca,
dirigente medico di Gastroenterologia dell’Ospedale San Gerardo di
Monza e primo autore e responsabile del lavoro.
Da questo studio emerge la rilevanza delle terapie di seconda linea, come
l‘acido obeticolico (OCA), nel trattamento della colangite biliare primitiva.
«Le indicazioni emerse nel nostro studio – spiega Pietro Invernizzi,
direttore dell’unità complessa di Gastroenterologia e del Centro per le
malattie autoimmuni del fegato dell’ospedale San Gerardo di Monza e
docente di Gastroenterologia dell’Università di Milano Bicocca
potrebbero essere di aiuto nell’indirizzare le decisione terapeutiche
relative all’utilizzo di farmaci di seconda linea precocemente nel corso
della malattia in pazienti che hanno poche possibilità di rispondere
all’UDCA e in questo modo migliorare la sopravvivenza di quelli ad alto
rischio». Grazie a un trattamento che combini terapia di prima e seconda
linea fin dai primi tempi successivi alla diagnosi.
«Questo studio apre la strada ad una migliore gestione terapeutica per i
pazienti affetti da CBP – commenta Davide Salvioni, Presidente di Amaf,
l’associazione italiana dei pazienti affetti da malattie autoimmuni del
fegato – e siamo ancora una volta orgogliosi come italiani del fatto che
questo risultato sia stato raggiunto grazie al contributo dalla comunità
epatologica italiana».

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